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Malattie autoimmuni

Epatite B: bepirovirsen porta la "cura funzionale" a quasi un paziente su cinque

Una possibile rivoluzione nella terapia dell’epatite B cronica arriva dai nuovi dati di fase III presentati al congresso EASL 2026 e pubblicati sul New England Journal of Medicine. Bepirovirsen, farmaco sperimentale basato sulla tecnologia antisenso, ha raggiunto un tasso di cura funzionale del 19%, contro lo 0% del placebo, aprendo uno scenario inedito in una malattia che oggi richiede spesso trattamenti a vita. I risultati mostrano benefici ancora più marcati nei pazienti con bassa attività virale e potrebbero cambiare radicalmente l’approccio terapeutico globale.

Una nuova era per l’epatite B cronica

Per decenni l’epatite B cronica è stata considerata una malattia controllabile ma raramente “curabile”. I trattamenti oggi disponibili consentono infatti di sopprimere la replicazione virale e rallentare la progressione del danno epatico, ma nella maggior parte dei casi obbligano i pazienti a convivere con terapie croniche, spesso per tutta la vita. La cosiddetta “cura funzionale”, cioè la perdita dell’antigene di superficie dell’epatite B (HBsAg), rappresenta un obiettivo clinico estremamente difficile da raggiungere e viene ottenuta in meno dell’1% dei pazienti trattati con gli standard terapeutici attuali.

I nuovi dati presentati da GSK al congresso annuale della European Association for the Study of the Liver (EASL) 2026 potrebbero però segnare un cambio di paradigma.

Il protagonista è bepirovirsen, terapia sperimentale antisenso sviluppata per colpire direttamente l’RNA del virus dell’epatite B (HBV), riducendo la produzione delle proteine virali necessarie alla persistenza dell’infezione.

I risultati combinati degli studi registrativi di fase III B-Well 1 e B-Well 2 mostrano infatti che sei mesi di trattamento con bepirovirsen hanno consentito di raggiungere una risposta di cura funzionale nel 19% dei pazienti trattati, contro nessun paziente nel gruppo placebo. Secondo l’azienda, si tratta di un risultato “senza precedenti” nel panorama terapeutico dell’epatite B cronica.

L’impatto potenziale è enorme. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 250 milioni di persone nel mondo convivono con un’infezione cronica da HBV, una delle principali cause di cirrosi e tumore epatico. Ogni anno la malattia provoca centinaia di migliaia di decessi, soprattutto in Asia e Africa, dove l’accesso alle cure rimane disomogeneo.

Gli studi B-Well: risultati clinici che cambiano lo scenario

Gli studi B-Well 1 e B-Well 2 rappresentano il cuore del programma clinico di fase III di bepirovirsen. Entrambi hanno valutato il farmaco in pazienti con epatite B cronica già in trattamento con analoghi nucleos(t)idici, confrontando la terapia sperimentale con placebo.

L’endpoint primario era rappresentato dal raggiungimento della cura funzionale, definita come perdita dell’HBsAg e mantenimento del controllo virologico dopo la sospensione della terapia. I dati aggregati presentati all’EASL e pubblicati contemporaneamente sul New England Journal of Medicine hanno dimostrato una superiorità statisticamente significativa di bepirovirsen rispetto al placebo.

Il dato del 19% assume ancora maggiore rilevanza se confrontato con l’efficacia delle terapie disponibili oggi. Gli antivirali standard, pur efficaci nel bloccare la replicazione virale, raramente permettono l’eliminazione funzionale del virus e spesso devono essere assunti per decenni.

Uno dei risultati più interessanti riguarda il sottogruppo di pazienti con bassa attività virale, definita da livelli di HBsAg inferiori o uguali a 1000 IU/mL. In questa popolazione, che rappresenta circa il 45% dei casi diagnosticati nel mondo, il tasso di cura funzionale è salito al 26%.

Questo suggerisce che il farmaco potrebbe essere particolarmente efficace se utilizzato in pazienti selezionati o in fasi specifiche della malattia. Gli esperti ritengono infatti che l’identificazione dei soggetti con maggiore probabilità di risposta sarà uno degli aspetti cruciali nella futura implementazione clinica della terapia.

Jinlin Hou, autore principale degli studi, ha sottolineato come i risultati arrivino in un momento particolarmente importante per la comunità scientifica. “L’attuale standard terapeutico comporta un pesante carico per i pazienti e per i sistemi sanitari e raramente porta a una cura funzionale. Con le nuove linee guida che oggi identificano proprio la cura funzionale come obiettivo prioritario, questi dati potrebbero rappresentare un avanzamento fondamentale”, ha dichiarato.

Un ulteriore elemento di interesse emerge dalle analisi esplorative a lungo termine. Un anno dopo la fine del trattamento, il 49% dei pazienti trattati con bepirovirsen aveva raggiunto livelli di HBsAg pari o inferiori a 100 IU/mL, parametro considerato altamente favorevole in termini prognostici.

Secondo i dati presentati e rilasciati durante il congresso, la perdita dell’HBsAg è associata a una riduzione dell’89% del rischio di carcinoma epatico e a una diminuzione del 62% della mortalità per tutte le cause. Numeri che aiutano a comprendere perché il concetto di “cura funzionale” sia oggi considerato il vero Santo Graal della ricerca sull’epatite B.

Sicurezza, regolazione e prospettive globali

Come accade per ogni nuova terapia innovativa, oltre all’efficacia è fondamentale valutare attentamente il profilo di sicurezza. Negli studi clinici, gli eventi avversi gravi sono stati registrati nel 7% dei pazienti trattati con bepirovirsen, rispetto al 4% nel gruppo placebo.

Gli eventi di grado 3 si sono verificati nel 16% dei pazienti trattati, contro il 3% del placebo. Gli effetti collaterali più frequenti includevano eritema nel sito di iniezione, dolore locale e aumenti temporanei dei livelli di ALT, enzima epatico spesso monitorato nei pazienti con epatite.

Secondo gli sperimentatori, il profilo di sicurezza appare comunque gestibile e coerente con il meccanismo d’azione del farmaco. Sarà tuttavia fondamentale

comprendere meglio il bilancio rischio-beneficio nella pratica clinica reale e verificare la durata della risposta nel lungo periodo.

Bepirovirsen appartiene alla classe degli oligonucleotidi antisenso, molecole progettate per legarsi in modo specifico all’RNA virale e bloccare la sintesi delle proteine necessarie al ciclo replicativo dell’HBV. Il farmaco era stato originariamente sviluppato da Ionis Pharmaceuticals, prima di essere acquisito in licenza da GSK.

Sul fronte regolatorio, le richieste di autorizzazione sono già in fase di valutazione negli Stati Uniti, in Europa, in Cina e in Giappone. GSK prevede che le prime decisioni possano arrivare già nel terzo trimestre del 2026, mentre sono già iniziate le attività preparatorie per il lancio commerciale.

La Cina rappresenta uno dei mercati strategicamente più importanti per il farmaco, considerando l’elevatissima prevalenza dell’epatite B nel Paese. Proprio per rafforzare la futura commercializzazione, GSK ha recentemente siglato un accordo con Sino Biopharmaceutical.

L’interesse attorno a bepirovirsen riflette anche un cambiamento più ampio nella ricerca sull’HBV. Negli ultimi anni il settore ha assistito a una forte accelerazione nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche, incluse immunoterapie, vaccini terapeutici, RNA interference e combinazioni multi-target. L’obiettivo condiviso è superare il semplice controllo virologico per arrivare a una vera remissione funzionale stabile.

Molti esperti ritengono che il futuro della terapia dell’epatite B potrebbe assomigliare sempre più a quanto avvenuto nell’epatite C, dove l’arrivo dei farmaci antivirali diretti ha trasformato una malattia cronica in una condizione potenzialmente guaribile.

La sfida, tuttavia, resta complessa. Il virus HBV possiede infatti un reservoir intracellulare stabile, il cccDNA, che rende estremamente difficile l’eradicazione completa dell’infezione. Per questo motivo, anche risultati apparentemente “modesti” come un tasso di cura funzionale del 19% assumono una rilevanza straordinaria in questo contesto clinico.

Verso il primo vero cambio di paradigma nell’HBV

I dati di fase III di bepirovirsen rappresentano uno dei momenti più importanti degli ultimi anni nella ricerca sull’epatite B cronica. Per la prima volta una terapia sperimentale mostra la possibilità concreta di raggiungere tassi significativi di cura funzionale in una malattia che fino a oggi è stata trattata soprattutto con strategie di soppressione cronica del virus.

Il risultato del 19%, e ancor più quello del 26% nei pazienti con bassa attività virale, non equivale ancora a una guarigione universale, ma apre una strada completamente nuova. La prospettiva di interrompere la terapia, ridurre il rischio di cirrosi e tumore epatico e migliorare la qualità di vita potrebbe cambiare radicalmente la gestione clinica di milioni di persone.

Molto dipenderà ora dalle decisioni delle autorità regolatorie, dalla conferma dei

dati nel lungo periodo e dalla capacità di identificare i pazienti che possono beneficiare maggiormente del trattamento. Ma il messaggio emerso dall’EASL 2026 è chiaro: la corsa verso la cura funzionale dell’epatite B non è più soltanto una speranza teorica. È diventata una possibilità concreta.

Fonte: pharmastar.it

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