Entecavir
Un nuovo paradigma nel trattamento dell’epatite cronica B
Roma 23 Ottobre Hotel Hilton
Il giorno 23 Ottobre 2007 circa 250 clinici, rappresentanti delle varie scuole italiane e delle molteplici discipline che si occupano di epatite, si sono incontrati a Roma per fare il punto sulla patologia cronica da infezione da virus B e sulle attuali opzioni terapeutiche.
L’epatite B cronica, come è stato più volte ricordato nell’incontro, è una delle maggiori cause di cirrosi e di epatocarcinoma, patologie che portano il paziente in tempi più o meno lunghi a trapianto di fegato. Ovvie le conseguenze, sia sul piano economico, sia, soprattutto, d’impatto sociale.
Negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante anche in questa malattia e oggi è possibile pensare ad un trattamento che rallenti in maniera significativa la progressione dell’infezione cronica verso la cirrosi, riducendo altresì la comparsa di epatocarcinoma ed il ricorso al trapianto.
Uno dei punti di discussione più importante è stato in relazione al momento d’inizio della terapia ed ai parametri che devono essere presi in considerazione per il monitoraggio del paziente. Concordi i clinici nell’individuare il momento adatto in una fase precoce di malattia considerando non solo la carica virale ma anche il rialzo delle transaminasi quali parametri chiave per il follow-up del paziente. Obiettivo della terapia antivirale è inibire la replicazione virale il più velocemente possibile per impedire al virus di infettare nuove cellule e di mutare. E’ ormai chiaro, infatti, che la replicazione virale correla in maniera significativa con la comparsa di epatocarcinoma; l’inibizione della replicazione potrebbe quindi impedire la progressione della malattia a stadi irreversibili.
Limite di questo approccio sembrava essere, sino ad oggi, l’assenza di farmaci in grado di mantenere il controllo della replicazione virale per tempi molto lunghi. Lamivudina e Adefovir sono, infatti, molecole efficaci e potenti ma determinano resistenza a breve termine (1-2 anni), condizionando in tal modo la possibilità di un trattamento a lungo termine che invece sarebbe necessario in pazienti ancora giovani e con una patologia progressiva.
I nuovi dati di Entecavir mostrano invece che il farmaco, se utilizzato in pazienti naives alla terapia antiretrovirale, è efficace, potente e soprattutto non induce resistenza a quattro anni dall’inizio della terapia (< 1% di comparsa di mutazioni).
“Iniziare bene il percorso terapeutico”: il professor Perno ha insistito molto sull’importanza della scelta del primo farmaco per evitare che il percorso terapeutico diventi una rincorsa al virus mutato. Entecavir non induce resistenza e non pregiudica le opzioni terapeutiche future; iniziare un trattamento con farmaci a bassa barriera genetica è un errore non rimediabile, così come il mantenere una terapia in presenza di fallimento non solo non serve al paziente, ma induce nuove e più temibili mutazioni che renderanno meno efficaci i trattamenti successivi.
Sono necessari nuovi studi che valutino le associazioni di farmaci e la sequenzialità degli stessi, ma, conclusione unanime e rassicurante, oggi è possibile essere confidenti nell’inizio di un trattamento antivirale perché abbiamo più molecole che potranno essere utilizzate in modi e tempi diversi della storia terapeutica del paziente.
























