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Tumore del fegato: sovrappeso, cirrosi, epatite e fumo colpevoli di quasi tutti i casi

Resta un big killer, ma si può prevenire con stile di vita sano e vaccinazione contro l'epatite. I malati vanno presi in carico in strutture specializzate

Il tumore del fegato è il quinto «big killer», dopo polmone, colon-retto, mammella e pancreas. Sono circa 13mila i nuovi casi diagnosticati in Italia nel 2020, 9.100 dei quali sono stati causati dai virus dell’epatite B e C e i rimanenti da altre malattie del fegato. Purtroppo la malattia non dà sintomi evidenti e specifici, così solo il 10 per cento dei casi viene individuato in fase iniziale quando l’intervento chirurgico può essere risolutivo: per questo le percentuali di guarigione sono ancora basse e solo un quinto dei pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi. E se, a differenza di altre patologie oncologiche ancora non si registrano significativi miglioramenti in termini di sopravvivenza, prevenzione attraverso stili di vita sani (alcol e fumo giocano un grande ruolo), vaccinazione contro l'epatite B e gruppi di esperti multidisciplinari in centri specializzati sono fondamentali per limitare le probabilità di sviluppare la neoplasia e curare al meglio i pazienti.

Cosa fa salire il rischio: cirrosi, sovrappeso, epatiti, fumo
In Italia, la grande maggioranza dei casi di epatocarcinoma si sviluppa in pazienti con cirrosi, che dovrebbero essere tenuti sotto sorveglianza e, soprattutto nelle regioni del Nord, l’abuso di alcol è responsabile di un terzo di tutti i casi .A fare il punto sulla malattia che quest'anno ha causato circa 7.800 decessi sono stati, nei giorni scorsi, rappresentanti dei clinici e dei pazienti durante un evento promosso dall’Associazione EpaC Onlus (realizzato grazie a un grant incondizionato di Ipsen).  «Le due patologie infiammatorie epatiche (provocate dai virus dell’epatite B e C) sono le principali responsabili del 70% delle neoplasie — spiega Antonio Gasbarrini, direttore di Medicina interna e Gastroenterologia presso l’Università Cattolica Fondazione-Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma —. Un singolo virus dell’epatite B o C aumenta il rischio di sviluppo di tumore del fegato di 20 volte, mentre la coinfezione di entrambi gli agenti patogeni determina un incremento addirittura di 80 volte. Gli altri principali fattori di rischio sono invece riconducibili al grave eccesso di peso, specie se complicato ulteriormente dal diabete. Un ruolo nefasto, anche in questa malattia oncologica, è poi svolto dal tabacco». Il tumore del fegato si manifesta nella quasi totalità dei casi durante la fase della cirrosi epatica, sempre più spesso legata all’abuso di bevande alcoliche: nel nostro Paese interessa oltre 450mila persone e si calcola che fino al 3% di queste svilupperà anche un epatocarcinoma.Fondamentale è anche la vaccinazione contro l’infezione da HBV che deve essere svolta in età pediatrica: «Attualmente il tasso di copertura registrato a livello nazionale è del 94% però rischiamo, nei prossimi anni, un calo delle immunizzazioni come conseguenza indiretta della pandemia» sottolinea l'esperto.

Sintomi e terapie
Se nelle fasi iniziali la neoplasia non dà alcun segno di sé, quando la malattia si diffonde iniziano a comparire  sintomi come dolore alla parte superiore dell’addome (che si può irradiare anche alla schiena e alle spalle), ingrossamento del ventre, perdita di peso e di appetito, nausea, vomito, sensazione di sazietà, stanchezza, ittero (ovvero il colore giallo della pelle), colorazione scura delle urine e febbre: sono segnali che non vanno trascurati, meglio parlarne con un medico. Quanto alle terapie, solo i pazienti allo stadio iniziale possono essere sottoposti ad asportazione chirurgica delle cellule tumorali e, in casi molto selezionati, a trapianto di fegato. Altre strategie disponibili, a seconda delle dimensioni della neoplasia e di vari altri criteri, sono i trattamenti ablativi (cioè di distruzione) locali, ad esempio con radiofrequenza, e la chemioembolizzazione per via arteriosa. Esistono poi alcuni farmaci efficaci e oggi si stanno aprendo nuove prospettive, grazie alla medicina di precisione: «Attualmente solo il 20% dei pazienti sopravvive a cinque anni dalla diagnosi — chiarisce Bruno Daniele, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia dell’Ospedale del Mare di Napoli —. È un tumore infatti molto aggressivo che spesso insorge in un fegato cirrotico in pazienti con ridotta funzione epatica. Appena in un caso su dieci possiamo intervenire in modo efficace con interventi chirurgici mentre la radioterapia è scarsamente utilizzata. Il trapianto rappresenta un trattamento ottimale del paziente perché affronta e risolve anche il serio problema della cirrosi epatica, ma viene effettuato ad una minoranza di malati. Oggi si stanno poi affacciando nuove cure tra le quali si segnala cabozantinib (già disponibile nel nostro Paese contro le forme più avanzate di epatocarcinoma), una terapia orale di seconda e terza linea utilizzata anche per il carcinoma a cellule renali».

Servono centri specializzati e un team multidisciplinare
In Italia vivono 33.800 persone con una diagnosi di tumore del fegato: 25.300 uomini e 8.500 donne. «È un numero in leggera crescita negli ultimi anni — sostiene Ivan Gardini, presidente dell’Associazione EpaC Onlus —. La nostra associazione è da anni impegnata per tutelarne i diritti e come rappresentati dei pazienti siamo convinti che la malattia vada gestita in strutture specializzate da un team multidisciplinare. Il paziente deve essere sempre più preso in carico e valutato da una squadra composta da epatologi, oncologi, chirurghi e radiologi diagnostici ed interventistici. Ognuno di questi professionisti può portare la sua esperienza e dare un contributo per curare una forma di cancro davvero molto complessa. Questo approccio deve essere reso operativo e garantito soprattutto in questo momento preciso storico ed è auspicabile la creazione di una rete regionale di strutture in grado di offrire le cure migliori e più appropriate. Stanno sopraggiungendo nuove e più efficaci terapie dopo anni di sostanziale immobilismo». «Il fegato è un organo estremamente delicato, un vero e proprio “filtro” del nostro corpo — conclude Gasbarrini —. Ogni volta che andiamo ad eseguire un trattamento in questa zona dell’organismo dobbiamo prestare molta attenzione a possibili complicanze ed effetti collaterali. I nuovi farmaci disponibili ora e in futuro sono efficaci ma anche delicati da gestire. Vanno perciò somministrati tendendo conto dello stato di salute generale del paziente. Dobbiamo, infatti, evitare che terapia antitumorale determini un danneggiamento della funzione epatica tale da compromettere i potenziali vantaggi dell’azione antineoplastica. Per questo è necessario un intervento da parte di un team multidisciplinare che possa valutare a 360 gradi le migliori cure possibili per ogni singolo malato».

Fonte: Corriere.it


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