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Epatite Delta: la necessità di fare una diagnosi precoce

La notizia della disponibilità di un nuovo trattamento per l’epatite Delta rappresenta l’occasione per cercare di portare a galla l’iceberg di casi non ancora diagnosticati. Tuttora, infatti, meno di 1 paziente su 2 positivo all’Hbv è stato testato per verificare l’eventuale presenza dell’Hdv. Questo anche a causa di una scarsa consapevolezza e formazione da parte degli stessi specialisti.

Di strada da compiere ce n’è dunque ancora tanta, come spiegato in questa videointervista da Pietro Lampertico, direttore dell’unità operativa di gastroenterologia ed epatologia della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Epatite Delta: screening a due tappe

La diagnosi di questa malattia avviene quasi sempre seguendo due step: il test anticorpale e gli esami di secondo livello per la ricerca del genoma virale. Questi due passaggi che hanno impatto sulle persone che sospettano di essere malate?

“Si tratta di due test fondamentali per completare la diagnosi: – aggiunge Lampertico –. Il primo è un esame di screening sierologico, disponibile di fatto in tutti gli ospedali pubblici o privati e nei laboratori di analisi. Ci svela la presenza degli anticorpi contro l’Hdv, ma è un’indagine che da sola non basta a completare la diagnosi di epatite Delta”.

Il secondo è invece un test molecolare, essenziale per completare l’iter diagnostico dell’infezione da Hdv. “Si tratta di un esame che viene effettuato soltanto in pochi centri. La difficoltà non sta nell’accedere all’esame sierologico quanto a quello molecolare, che attestando la presenza o meno del genoma virale ci permette di chiarire definitivamente se siamo di fronte a un paziente con epatite Delta”.

Nuove speranze sul piano diagnostico e terapeutico

Trattandosi di una malattia rara e fino a pochi mesi fa pressoché orfana di un trattamento, la quota di casi non diagnosticata è rimasta a lungo elevata.

Adesso, grazie a una progressiva sensibilizzazione condotta soprattutto dai centri di riferimento, di epatite Delta si comincia a parlare di più. Questo aspetto sta contribuendo a modificare anche i bisogni dei pazienti. “Da un punto di vista diagnostico, la disponibilità di nuovi test molecolari molto più sensibili e specifici rispetto ad appena cinque anni fa ha permesso di effettuare diagnosi più puntuali – aggiunge lo specialista, che è anche professore ordinario di gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano –. Mentre sul piano terapeutico possiamo finalmente offrire una speranza in più ai pazienti: anche a coloro con una cirrosi compensata avanzata”.

Gestire l’epatite Delta nei centri di riferimento per le malattie del fegato

Infine, un messaggio rivolto tanto ai colleghi quanto ai pazienti. “È importante che i pazienti con una sospetta diagnosi di epatite Delta o già consapevoli della stessa vengano inviati nei centri di riferimento per il trattamento delle malattie del fegato  – conclude Lampertico -. Grazie a queste nuove opportunità, abbiamo la possibilità di fare una diagnosi tempestiva e di offrire un trattamento adeguato ai malati”.

Fonte: aboutpharma.com


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