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Epatite C nel mondo carcerario, la situazione italiana #SIMIT2020

Il carcere è un luogo in cui si concentrano problematiche sociali e di salute, in special modo riguardo alle malattie infettive come HCV e HBV. Il monitoraggio nel corso degli anni della prevalenza dei virus a trasmissione ematica in questo ambito mostra un trend in netta riduzione, in gran parte dovuto alla disponibilità di farmaci antivirali molto efficaci. Se ne è discusso al recente congresso della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) 2020.

La realtà carceraria italiana è costituita da 189 istituti penitenziari sul territorio nazionale, per un totale di circa 105mila detenuti nell’anno 2019. Al 30 novembre 2020, a fronte di una capienza di 50mila posti letto, erano presenti oltre 54mila soggetti con conseguente sovraffollamento (7,5%).

«Una delle poche note positive della pandemia Covid è stata la riduzione degli ingressi in carcere negli ultimi mesi del 2020 (oltre il 20% in meno rispetto ai dati di gennaio 2020)» ha fatto presente il relatore prof Sergio Babudieri, Direttore della UOC Malattie Infettive e Tropicali dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari e Direttore Scientifico della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe).

Alto rischio di infezioni virali in carcere
In Italia un detenuto su tre ha commesso reati contro il testo unico per la lotta agli stupefacenti ed è verosimile che abbia o abbia avuto in passato una storia di rischio per infezioni da virus trasmissibili per via ematica e sessuale. La popolazione carceraria differisce da quella generale in quanto costituita da individui che presentano spesso problemi di salute nonostante un’età media non elevata, e allo stesso tempo beneficiano di un accesso ridotto all’assistenza sanitaria prima della condanna.

Gran parte dei detenuti hanno una storia di comportamenti sessuali ad alto rischio, uso di droghe per iniezione e tatuaggi. Per questi motivi presentano frequentemente coinfezioni, come epatite B (HBV) e HIV. Considerata l’elevata prevalenza di infezioni e la potenziale adozione di comportamenti a rischio negli istituti di pena (scambio di siringhe, rapporti omosessuali), le carceri sono luoghi che favoriscono la trasmissione di virus per via ematica. In aggiunta, una volta tornati in libertà, i detenuti infetti possono contribuire alla diffusione dei virus nel resto della comunità.

«Secondo le stime dalla SIMSPe, dei 105mila detenuti possono essere positivi all’HCV anche il 20% (circa 21mila), la metà dei quali possono essere viremici (10%), il 5% vengono stadiati e il 4% trattati, con l’auspicio che quindi almeno 4 su 5 vengano avviati alla terapia antivirale» ha affermato Babudieri.

Progetto di microeradicazione
Per rispondere agli obiettivi dell’Oms in merito all’eradicazione dell’HCV entro il 2030, la SIMPSe ha messo in atto un piano di microeliminazione dell’infezione in ambito penitenziario (Figura 1) approvato dall’Istituto Superiore di Sanità.

Obiettivi:

  • Update epidemiologico
  • Aumentare al massimo:
    • Accettazione ed esecuzione di screening HCV tra i detenuti
    • Identificazione di detenuti HCV-Ab positivi inconsapevoli
    • Promozione del linkage to care dei pazienti con infezione attiva da HCV (strutture interne o territoriali)

Partecipanti: 8 istituti penitenziari di 5 regioni

Metodo: utilizzo di specifici percorsi di microeliminazione con:
  • Educazione sanitaria ai detenuti
  • Studio della documentazione clinica
  • Offerta dei test rapidi salivari a una popolazione più consapevole
  • Offerta di trattamento ai positivi in base alla permanenza



Un’altra criticità in questo ambito era l’infezione da HIV ma, grazie alla disponibilità delle attuali terapie antiretrovirali, dal 2001 al 2018 la prevalenza dei detenuti positivi al virus è passata dall’8,4% all’1,8%.

La microeliminazione prevede di operare per singola sezione detentiva (50-60 soggetti) quindi su gruppi ristretti di detenuti, previa un’educazione sanitaria specifica su come si intende procedere e quale messaggio veicolare. Successivamente viene effettuato lo screening tramite i nuovi e più maneggevoli test salivari e vengono supportati in maniera attenta quanti risultano sieropositivi. In questo modo si monitora la prevalenza all’interno di una data sezione, si effettua la stadiazione clinica dei soggetti positivi, si avviano le terapie e si eradica il virus. Sezione dopo sezione si copre l’intero istituto e a quel punto sarà sufficiente effettuare un’attività di screening per i nuovi entrati per avere il controllo totale nel tempo.

Su una popolazione studiata di 2.687 soggetti il 4,6% (122) ha rifiutato la fase di educazione e quindi il test rapido e il 7% (189) era disponibile al percorso ma è stato rilasciato prima, così sono stati effettuati un totale di 2.376 test (88,4%), per una risultante sieroprevalenza del 10,4% (248) e una sieropositività a HCV-Rna del 40,7% (101/248).

«A testimonianza della bontà del progetto, a fronte degli 84 pazienti trattati, le perdite in un ambiente difficile come quello penitenziario sono state soltanto di due soggetti, perché allontanati dalla detenzione durante la terapia» ha aggiunto. «Questi risultati confermano la bontà della scelta di non operare sin da subito su tutto l’istituto ma per singola sezione detentiva e quindi focalizzandosi di volta in volta su un numero contenuto di persone».

«Dare ai detenuti una corretta educazione sanitaria significa poi avere dei risultati a valle che sono effettivamente fattibili e dimostrano la fattibilità di intervenire anche in un ambito così difficile» ha concluso. «I nuovi farmaci hanno avuto in questo un ruolo importante e lo si evince dal confronto degli studi condotti dal 2013 al 2020, passando quindi dall’epoca degli interferoni in cui il numero dei fallimenti era particolarmente elevato (oltre un terzo) agli antivirali ad azione diretta (DAA) di seconda generazione ma limitati ai pazienti in stadio avanzato (F3-F4), fino a oggi in cui sono impiegabili nei soggetti da F0 a F4 con conseguente azzeramento dei fallimenti». 


Fonte: pharmastar.it

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